MASCHERA DI FERRO
Maschera di Ferro (fr. Homme au masque de fer, ingl. Man in the Iron Mask) non è soltanto un personaggio da romanzo: è un prigioniero reale, detenuto sotto il regno di Luigi XIV e morto alla Bastiglia il 19 novembre 1703.
Il paradosso — che è anche il motore della leggenda — è che di lui conosciamo in dettaglio le traiettoria "burocratica" (carceri, trasferimenti, custodi), ma non l’identità definitiva. La Storia ci dà i corridoi e le serrature; il volto, no.
Il filo conduttore della vicenda è un nome: Bénigne Dauvergne de Saint-Mars, ufficiale e direttore di prigioni, che ebbe in consegna il detenuto e lo trascinò con sé da un carcere all’altro per oltre trent’anni. La sequenza dei luoghi è considerata pressoché certa nelle ricostruzioni: Pinerolo (dal 1669), poi Exilles (dal 1681), quindi l’Île Sainte-Marguerite (dal 1687) e infine Parigi, alla Bastiglia, dove Saint-Mars arrivò nel settembre 1698 portandosi dietro il prigioniero. Qui il mistero si fa più denso: il detenuto viene descritto come un “vecchio prigioniero” custodito con regole eccezionali; e proprio nel registro della Bastiglia compare l’annotazione della maschera di velluto nero.
L’Homme au Masque de Fer (Maschera di Ferro).
Stampa anonima (acquaforte e mezzatinta,
acquerellata a mano), 1789.
Non c’è infatti evidenza storica solida che la maschera fosse di ferro. Le fonti moderne più autorevoli parlano di velluto nero; il “ferro” è un’escalation successiva della leggenda, perfetta per il teatro e il cinema, e quindi — forse — inevitabile.
Quanto all’identità, la pista più accreditata dagli studiosi è che si trattasse di Eustache Dauger (spesso scritto semplicemente “Dauger”), arrestato nel 1669 e detenuto da allora fino alla morte.
Non sappiamo con certezza chi fosse davvero Dauger (e se quel nome fosse uno pseudonimo), ma molte ricostruzioni lo collocano in una posizione sociale modesta, forse un valletto o servitore, finito dentro qualche faccenda di Stato troppo critica o delicata perché restasse in giro a parlare. Ed è proprio questa sproporzione — un uomo forse “piccolo” trattato come una bomba politica — a rendere la storia così magnetica.
La leggenda, però, ha un preciso punto di innesco. Voltaire dedicò all’homme au masque de fer una sezione del suo Siècle de Louis XIV (pubblicato nel 1751), alimentando l’idea di un segreto dinastico e contribuendo a fissare nell’immaginario la maschera come oggetto eccezionale.
Poi arrivò Alexandre Dumas, che fece quello che Dumas faceva sempre: trasformò un enigma storico in un motore narrativo irresistibile, consegnandoci l’ipotesi del gemello del Re Sole — splendida letteratura, ma archivistica carente.
Così, Maschera di Ferro resta sospeso tra due verità. La prima è documentaria: un detenuto, custodito da Saint-Mars, trasferito nel 1698 alla Bastiglia, morto il 19 novembre 1703, sepolto il giorno dopo sotto un nome d’occasione. La seconda è immaginaria: l’idea che dietro quella maschera ci fosse un volto “troppo importante” per essere mostrato.
Ed è qui che la storia diventa un piccolo trattato sul potere: quando uno Stato decide che un nome non deve essere pronunciato, di solito ottiene l’effetto opposto — lo rende immortale. Prova ne sia la lunghissima fortuna letteraria e teatrale della vicenda, culminata nel citato romanzo di Alexandre Dumas e nelle numerose trasposizioni sceniche e cinematografiche — tra cui il film The Man in the Iron Mask (1998) — tutte ispirate alla versione romanzesca del mito, piuttosto che alle fonti storiche.
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