NICOMEDE


Il nome Nicomede (gr. Νικομήδης /Nikomédes/) suona antico già nell’orecchio: solenne, regale, inevitabilmente ellenistico. È un nome che nasce dalla lingua greca classica, composto da νίκη /níkē/  «vittoria» e μήδομαι /médomai/ «pensare, progettare, governare», e significa letteralmente «colui che progetta la vittoria», o, in forma più libera, «stratega vittorioso», «artefice del successo». Un nome-programma, più che un semplice nome proprio.

Tra i vari sovrani che lo portarono, Nicomede II di Bitinia è quello del cruciverba in questione. È una figura storica interessante proprio perché vive nel punto di frizione tra mondo ellenistico e potenza romana, in quell’epoca di transizione in cui i regni orientali non sono più veri protagonisti della storia, ma neppure ancora semplici comparse.

Figlio di Prusia II, re di Bitinia (regno situato nell’attuale Anatolia nord-occidentale), Nicomede cresce in una corte segnata da intrighi dinastici, diplomazia ambigua e dipendenza politica da Roma. La Bitinia non è una grande potenza militare, ma è strategicamente importante: un regno-cuscinetto tra Asia Minore, mondo greco e sfera d’influenza romana. In questo contesto, il potere non si conquista tanto con le armi quanto con le alleanze, i favori, le mediazioni — e, spesso, con le congiure familiari.

Secondo le fonti antiche (tramandate soprattutto attraverso Giustino, epitomatore di Pompeo Trogo), Nicomede entra in conflitto diretto con il padre. Prusia II è un sovrano impopolare, percepito come crudele e politicamente fallimentare; Roma stessa, che inizialmente lo aveva sostenuto, finisce per considerarlo un peso più che una risorsa. Nicomede, con abilità politica e l'appoggio romano, viene riconosciuto come legittimo sovrano: il risultato è una detronizzazione che ha il sapore di un colpo di Stato legalizzato, tipico della geopolitica ellenistico-romana.

Quando Nicomede II sale al trono (circa 149 a.C.), non inaugura un’epoca di grande espansione o di gloria militare, ma un regno di stabilità controllata: fedeltà a Roma, amministrazione prudente, consolidamento interno. È un potere meno spettacolare, ma più duraturo. Non il modello dell’eroe guerriero, ma quello del sovrano-adattatore: colui che sopravvive politicamente perché capisce i rapporti di forza e si inserisce nel sistema dominante invece di sfidarlo frontalmente.


Nicomede II di Bitinia. Ritratto su moneta
argentea (tetradramma), II sec. a.C.
Iconografia monetale ellenistica: il sovrano
raffigurato secondo il canone dinastico greco,
più simbolo di legittimità politica che ritratto realistico.

Ed è proprio questa ambiguità — tra autonomia e subordinazione, tra dignità regale e dipendenza politica — a rendere Nicomede una figura letterariamente potente. Non a caso, nel XVII secolo, Pierre Corneille ne fa il protagonista della tragedia Nicomède (1651). Ma il Nicomede teatrale non è tanto un personaggio storico quanto un simbolo: rappresenta il conflitto tra onore personale e necessità politica, tra libertà morale e realismo del potere. La storia diventa così materia filosofica e politica, trasformando un re ellenistico in un paradigma universale. 

In questo senso, Nicomede II è una figura tipicamente “di frontiera”: non appartiene più pienamente al mondo dei grandi re ellenistici (come Alessandro o i Seleucidi), ma non è ancora parte dell’Impero romano. È un sovrano di passaggio, figlio di un’epoca che sta finendo e precursore di un ordine che sta nascendo.

E forse è proprio qui il suo valore simbolico più profondo: Nicomede non è il re che conquista il mondo, ma il re che impara a sopravvivere nel mondo che cambia. Non l’eroe della spada, ma l’uomo della strategia. Non il mito epico, ma la politica reale. Un nome che promette vittoria — e una vita che insegna che, talvolta, la vera vittoria è semplicemente restare in piedi quando la storia spazza via tutto il resto.


Pagine dal primo atto del Nicomede
di Pierre Corneille (1606-1684).
Edizione del XVII secolo.

Commenti

Post popolari in questo blog

MONDRIAN

GIROLAMO [BUONAPARTE]

PROMETEO INCATENATO