BARATTIERI


Forma plurale del sost. m. "barattiere",  der. di "baratto" e soprattutto "baratteria", voce medievale che indicava non tanto uno scambio lecito quanto un’attività sospetta, ambigua, spesso fraudolenta. L’etimologia rimanda al provenzale antico e all'antico francese barater, da barat che originariamente significava "inganno", "frode" o "astuzia", da cui nasce l’idea di un “traffico” disonesto: non un semplice commercio, ma un gioco di raggiri. È significativo che la parola porti in sé, fin dall’origine, una sfumatura morale: il barattiere è colui che fa dello scambio un inganno.

Nel Medioevo il termine ebbe però un significato specifico e ben documentato: il barattiere era anzitutto chi teneva banco di gioco, cioè chi gestiva professionalmente il gioco d’azzardo. Un mestiere formalmente tollerato (anzi, spesso il comune permetteva i giochi e ne appaltava i proventi), ma socialmente disprezzato. Il barattiere era dunque una figura “utilizzata” dal sistema e insieme moralmente stigmatizzata.

Non solo: i barattieri tendevano a riunirsi in associazioni con propri capi, detti persino podestà e re dei barattieri, quasi a imitare in forma parodica le istituzioni cittadine. E proprio perché considerati infami, subivano limitazioni pesanti: non potevano possedere beni immobili, né partecipare attivamente alla vita pubblica. Erano cittadini tollerati, ma esclusi dalla piena cittadinanza.

Da questo primo senso, legato al gioco, la parola scivolò naturalmente verso un secondo significato: colui che, per denaro o per vantaggio privato, veniva meno ai doveri del proprio ufficio, danneggiando il comune o il signore. Il passaggio è quasi inevitabile: dal banco da gioco al banco dell’amministrazione. Il barattiere non trucca più i dadi, ma trucca le decisioni.

È precisamente in questo senso che Dante adopera il termine. Nell’Inferno, i barattieri sono collocati nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio, tra i fraudolenti: perché la baratteria non è semplice avidità, ma frode consapevole compiuta da chi detiene un incarico pubblico. La loro pena è una delle immagini più celebri e potenti di Malebolge: sono immersi in una pece bollente, nera e vischiosa, sorvegliati dai Malebranche armati di uncini.


Barattieri nella pece
(Inferno, Malebolge, quinta bolgia).
Miniatura attribuita a Bartolomeo di Fruosino (ca. 1420–1430).
Manoscritto dantesco,
Bibliothèque nationale de France, Parigi.


Il contrappasso è perfetto. Come in vita operarono nel buio delle pratiche segrete, così ora sono sepolti in una materia che nasconde e soffoca. La pece è simbolo dell’intrigo: copre, incolla, impedisce la trasparenza. E Dante, con ironia feroce, trasforma la bolgia in una scena quasi teatrale, una caricatura dell’amministrazione pubblica: un mondo di minacce, ricatti e trattative, dove il peccatore continua a “barare” persino nell’eternità.

Così il vocabolo conserva in Dante entrambe le sue anime medievali: quella del gioco e quella del tradimento civile. Il barattiere è colui che vive d’azzardo, ma l’azzardo non è più quello dei dadi: è quello della giustizia venduta, della fiducia pubblica gettata sul tavolo come posta qualsiasi. Per questo, nella visione dantesca, non è soltanto un peccatore: è l’uomo che ha trasformato la città in una bisca.

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