LA ZATTERA DELLA MEDUSA


Nel 1816 la fregata francese Méduse si incagliò su un banco di sabbia al largo della Mauritania. Era un viaggio di routine verso il Senegal, ma si trasformò in tragedia politica e umana: incompetenza del comandante — nominato più per fedeltà monarchica che per meriti nautici — abbandono dei passeggeri, panico, fame, follia, cannibalismo.

Centquarantasette persone furono ammassate su una zattera di fortuna, trainata inizialmente dalle scialuppe. Poco dopo, i cavi furono tagliati. La zattera rimase sola nell’Atlantico. Dopo tredici giorni di deriva, ne sopravvissero quindici.

È da questo episodio che nasce La zattera della Medusa, il grande dipinto di Théodore Géricault, presentato al Salon del 1819. Non un quadro storico nel senso tradizionale — niente eroi antichi, nessuna allegoria mitologica — ma un fatto di cronaca trasformato in epopea moderna.

Géricault aveva poco più di venticinque anni quando iniziò l’opera. Era un artista inquieto, attratto dal movimento, dalla tensione, dagli stati estremi dell’animo umano. Aveva studiato la pittura classica, ma ne percepiva i limiti: l’ordine neoclassico non bastava più a raccontare il trauma della Restaurazione.

Per documentarsi, visitò obitori, studiò cadaveri, parlò con i superstiti, costruì un modellino della zattera nel suo atelier. Cercava la verità fisica del disastro. Non la compostezza, ma la carne. Non l’astrazione, ma la disperazione.

Il risultato è un’opera monumentale (quasi cinque metri per sette) oggi conservata al Museo del Louvre.


Jean Louis André Théodore Géricault (1791-1824),
La zattera della Medusa, 1818–1819.
Olio su tela, 491 × 716 cm.
Museo del Louvre, Parigi.


Il quadro si struttura su due diagonali incrociate. In basso, i corpi abbandonati — morti o prossimi alla morte — formano una massa pesante, quasi scultorea. In alto, una piramide umana culmina nella figura che agita un panno verso l’orizzonte: hanno avvistato una nave, l’Argus. È la speranza.

Ma è una speranza fragile. Il mare è livido, il cielo carico di tempesta. La nave è minuscola, quasi impercettibile. L’umanità è sospesa tra salvezza e annientamento.

Géricault non idealizza. I corpi sono veri, scomposti, sporchi. Il dolore non è nobile: è fisico, brutale. Eppure, nella tensione verso l’alto, c’è una sorta di energia titanica. È il Romanticismo allo stato puro: l’uomo contro il destino, contro la natura, contro se stesso.

L’opera non è soltanto un capolavoro pittorico. È anche un atto politico. Il naufragio della Méduse era diventato uno scandalo nazionale, simbolo dell’incompetenza del regime borbonico restaurato. Esporre quella tragedia in dimensioni monumentali significava trasformare la cronaca in denuncia. Non stupisce che il quadro abbia suscitato scandalo e polemiche.

In un’epoca che preferiva eroi mitologici, Géricault mise in scena marinai affamati. In un tempo che cercava stabilità, dipinse l’instabilità assoluta.

Il nome della nave evoca il mostro mitologico capace di pietrificare con lo sguardo. Ma qui non c’è nulla di pietrificato: tutto è movimento, onde, vento, carne, tensione. Forse la vera “medusa” è la Storia stessa, che paralizza gli uomini quando il potere si mostra cieco.

Zattera deriva probabilmente dal latino tardo satura (nel senso di “ammasso, insieme”), ma in italiano evoca qualcosa di fragile, provvisorio, affidato al caso. La zattera della Medusa non è solo un mezzo di salvezza: è una metafora della condizione umana. Un gruppo di uomini alla deriva, sospesi tra disperazione e speranza, che cercano nell’orizzonte un segno.  E quell’orizzonte — minuscolo, lontano, quasi invisibile — è forse il vero protagonista del quadro.

Se dovessimo riassumere l’opera in una parola sola, questa potrebbe essere "sospensione." Tra morte e vita. Tra colpa e redenzione. Tra abisso e luce. Una sospensione che, a distanza di due secoli, continua a interrogarci.

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