MONTEFELTRO


Vi sono state casate nobiliari capaci di lasciare il segno per periodi più o meno lunghi. I Montefeltro hanno impresso la loro orma su un'intera città per oltre tre secoli, trasformando una piccola signoria dell'Appennino marchigiano in uno dei centri più luminosi del Rinascimento italiano.

Le origini della casata risalgono al XII secolo, quando un ramo della famiglia dei conti di Carpegna si staccò dal ceppo principale e si insediò nel castello di Monte Copiolo, nella Valmarecchia. Da quel castello prendono il nome: Montefeltro è tradizionalmente interpretato come il monte dei Feretrani, la gente di San Leo, l'antica Mons Feretri. Il primo antenato storicamente documentato è Montefeltrano I, vissuto tra il 1135 e il 1202; i suoi figli Buonconte e Taddeo fondarono la Contea del Montefeltro, estendendo progressivamente il dominio verso nord, fino a comprendere Urbino. Nel 1226, l'imperatore Federico II concesse loro il feudo urbinate in riconoscimento della fedeltà ghibellina della casata — una fedeltà che sarebbe poi costata cara, quando i venti della storia girarono a favore del papato.

Per due secoli i Montefeltro navigarono con abilità gli eventi, alternando alleanze imperiali e pontificie, finché nel Quattrocento raggiunsero il loro apogeo assoluto. Nel 1444, dopo l'assassinio del fratellastro Oddantonio — sul quale pesa ancora qualche ombra di sospetto —, prese il potere Federico da Montefeltro. Aveva ventidue anni e sarebbe rimasto al governo per quasi quaranta, fino alla morte nel 1482.

Federico è la figura intorno a cui ruota tutta la leggenda della casata. Figlio illegittimo (le dispute sulla sua vera paternità non sono mai state del tutto risolte), aveva ricevuto una formazione straordinaria presso la corte di Vittorino da Feltre, a Mantova, dove si era impregnato di cultura umanistica insieme ai figli dei Gonzaga. Poi aveva imparato il mestiere delle armi sotto Niccolò Piccinino, diventando uno dei condottieri più ricercati — e meglio pagati — d'Italia. Per vent'anni ingaggiò una rivalità feroce con Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, che era il suo contraltare oscuro: dove Federico godeva di fama di lealtà e moderazione, Sigismondo aveva una reputazione di perfida crudeltà. La vittoria definitiva su di lui, nel 1463, con l'appoggio di papa Pio II, segnò l'inizio del ventennio d'oro.

Piero della Francesca, Dittico dei duchi di Urbino: Federico da Montefeltro e Battista Sforza, 1472-1475 ca. Tempera su tavola, 47 × 33 cm ciascun pannello. Galleria degli Uffizi, Firenze. I due profili, contrapposti sullo sfondo continuo delle colline marchigiane, ritraggono Federico — con il naso fracassato in un torneo — e la giovanissima Battista Sforza, morta di parto a ventisei anni poco dopo la realizzazione del ritratto.

Fu allora che Federico smise di essere semplicemente un condottiero di successo e divenne qualcosa di più raro: un principe che usava le ricchezze accumulate in guerra per costruire, in tempo di pace, un mondo a parte. Chiamò alla sua corte Piero della Francesca, Francesco di Giorgio Martini, Luciano Laurana, Leon Battista Alberti, Paolo Uccello, Luca della Robbia. Commissionò la costruzione del Palazzo Ducale di Urbino, uno dei capolavori dell'architettura rinascimentale, che ancora oggi troneggia sulla città. Allestì una biblioteca tra le più importanti d'Italia, seconda solo a quella Vaticana per ampiezza e qualità, affidata a una squadra di copisti e miniatori di prim'ordine. Nel suo celebre studiolo — un gioiello d'intarsio ligneo — fece ritrarre ventotto uomini illustri della storia, da Omero a san Gregorio, a testimonianza di un ideale di sapere enciclopedico che era il suo progetto di vita.

Al suo fianco, per i vent'anni più fecondi, c'era Battista Sforza, la seconda moglie: colta, eloquente in latino, capace di reggere lo stato durante le lunghe assenze del marito. Piero della Francesca li immortalò nel celebre dittico oggi agli Uffizi, in cui i due profili — il volto ruvido e monco del condottiero (aveva perso l'occhio destro in un torneo), la carnagione quasi lunare della duchessa — si fronteggiano sullo sfondo delle dolci colline marchigiane. Battista morì a ventisei anni, nel 1472, di parto; Federico non si sarebbe mai del tutto ripreso da quella perdita.

Il titolo ducale arrivò nel 1474, per concessione di papa Sisto IV, che aveva bisogno di Federico per domare i suoi nemici in Toscana e in Romagna. Morì nel 1482, stroncato dalla febbre mentre comandava l'esercito di Ferrara in guerra contro Venezia.

Gli successe il figlio Guidobaldo I, uomo di ingegno ma di salute cagionevole, che non poté ripetere le imprese paterne. Sposò Elisabetta Gonzaga e tenne una corte raffinatissima, che Baldassarre Castiglione avrebbe immortalato nel Cortegiano, il manuale del perfetto gentiluomo rinascimentale. Ma Guidobaldo non ebbe figli, e nel 1508 il ducato passò per via femminile ai Della Rovere, nipoti di papa Sisto IV. Con lui si spense il ramo diretto dei Montefeltro; la biblioteca di Federico finì alla Biblioteca Vaticana nel 1657.

Quel che resta — il Palazzo Ducale, lo studiolo, i ritratti, il Cortegiano, i dipinti di Piero — è sufficiente a capire perché Federico fosse chiamato, già in vita, la luce d'Italia. Non è un'iperbole retorica. È la misura esatta di ciò che si può costruire quando una mente fuori dall'ordinario trova le risorse e la pace necessarie a farlo.

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