ARIBALLI
Forma plurale del sost. m. "ariballo", parola misteriosa che viene dritta dritta dall’antichità classica.
L’ariballo è infatti un piccolo vaso dell’antica Grecia, di forma generalmente globulare o ovoidale, con collo stretto e una sola ansa, usato per contenere oli profumati o unguenti. Era un oggetto personale, spesso legato alla sfera dell’atletica: gli atleti lo portavano con sé in palestra, talvolta appeso al polso tramite una cordicella, per cospargersi d’olio prima degli esercizi.
Non era un vaso qualunque: poteva essere finemente decorato, soprattutto nella produzione corinzia e attica tra VII e V secolo a.C. Piccolo sì — ma artisticamente ambizioso.
Ariballo corinzio, 575–550 a.C., alto 10,8 cm.
Toledo Museum of Art
(già collezione Lord Swansea),
Toledo, Ohio (USA).
La sua forma compatta non era casuale. L’imboccatura stretta serviva a dosare l’olio; il corpo tondeggiante ne facilitava la presa. L’ariballo è un perfetto esempio di come nel mondo greco estetica e funzionalità si intreccino con naturalezza.
Talvolta lo si trova raffigurato nelle scene di palestra sui vasi stessi: un raffinato gioco di specchi iconografico. L’oggetto entra nell’immagine che lo rappresenta.
La parola italiana ariballo deriva dal latino aryballus, a sua volta dal greco ἀρύβαλλος /arýballos/. Il termine greco appare composto di due elementi, ma la loro etimologia non è del tutto certa.
Il primo segmento ἀρύ- /arý-/ potrebbe collegarsi al verbo ἀρύω /arýō/, “attingere, trarre fuori”, rafforzando l’idea di un recipiente destinato a prelevare o versare liquidi.
Il secondo elemento -βαλλος /-ballos/ si collegherebbe invece alla radice del verbo βάλλω /bállō/, “gettare, lanciare”, che può assumere anche il senso di “versare”. In questa prospettiva, l’ariballo sarebbe “ciò da cui si versa” o “ciò che serve a versare”: una spiegazione razionale, coerente con la funzione del vaso.
Un’altra ipotesi avvicina invece il termine a βαλλάντιον /ballántion/, “borsa, borsellino”. Il parallelo sarebbe figurativo: l’ariballo come piccola “borsetta” per liquidi preziosi, oggetto personale da portare con sé.
Tutte queste ipotesi hanno una loro plausibilità semantica; nessuna, tuttavia, è dimostrabile in modo definitivo dal punto di vista morfologico e fonetico. Siamo in territorio probabile, non certo.
Non si può infine escludere che il termine fosse già opaco per i Greci stessi, o che affondi in uno strato lessicale pre-greco legato alla cultura materiale. In altre parole: l’ariballo contiene olio, ma la parola contiene un enigma. È uno di quei casi in cui la lingua italiana conserva quasi intatto un frammento del lessico materiale greco, come un piccolo reperto lessicale.
Oggi ariballo è termine specialistico, usato soprattutto in archeologia e storia dell’arte. Non lo incontreremo certo nella conversazione quotidiana — a meno che non si frequenti un simposio specialistico o non si coltivi una passione per l'enigmistica!
L’ariballo appartiene a un mondo in cui il corpo, la cura personale e la dimensione sociale erano strettamente intrecciati. L’olio non era solo cosmetico: era rito, preparazione, disciplina. Un piccolo contenitore che parla di ginnasi, competizioni, profumi, e persino di identità maschile nell’Atene classica.
In fondo, l’ariballo è la dimostrazione che anche un oggetto minimo può raccontare una civiltà intera. Un po’ come certe parole dimenticate: piccole, ma densissime.
E diciamolo — suona magnificamente. “Ariballo.” Sembra quasi il nome di un personaggio omerico minore, magari un atleta che corre con il suo vasetto al polso. Invece è solo un contenitore.
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