KAHLO
La parola ha radici lontane dal Messico che l'ha resa celebre. Deriva dal tedesco, portata oltreoceano dal padre di Frida, Carl Wilhelm Kahlo — un fotografo nato a Pforzheim, nel Baden-Württemberg, che emigrò in Messico nel 1891 e lì rifece la propria vita, ribattezzandosi Guillermo. In tedesco antico, il termine kahl significa "calvo", "spoglio", "nudo" — un'etimologia quasi profetica, se si pensa all'arte della figlia: un'arte che si spoglia di ogni velo, che si presenta nuda davanti allo spettatore e gli chiede di sostenerne lo sguardo.
Frida Magdalena Carmen Kahlo Calderón nacque a Coyoacán nel 1907, benché lei stessa amasse postdatare la propria nascita al 1910, anno della Rivoluzione messicana, come a voler intrecciare il proprio destino con quello di un paese in trasformazione. È un gesto rivelatore: per Kahlo, la verità biografica contava meno della verità emotiva. I fatti si piegavano al sentire.
E il sentire, per Frida, fu spesso sinonimo di sofferenza. A sei anni la poliomielite le colpì la gamba destra. A diciotto, un terribile incidente d'autobus le frantumò la colonna vertebrale, il bacino, le costole. Da quel giorno il corpo diventò il suo campo di battaglia e, al tempo stesso, la sua tela più autentica. Costretta a lunghi periodi di immobilità, iniziò a dipingere servendosi di uno specchio montato sopra il letto. Si guardava, e dipingeva ciò che vedeva: non un'immagine idealizzata, ma una mappa di fratture, di cicatrici, di fioriture ostinate tra le crepe.
I suoi autoritratti — ne realizzò cinquantacinque — non sono esercizi di vanità. Sono atti di conoscenza. Kahlo si ritrae con le sopracciglia folte e unite, con i baffi appena accennati, con lo sguardo fermo e indecifrabile. Non cerca di piacere; cerca di esistere. In La colonna rotta (1944), il suo corpo appare letteralmente aperto, tenuto insieme da un corsetto ortopedico, e al posto della spina dorsale c'è una colonna ionica frantumata. È un'immagine di rara brutalità e, insieme, di rara dignità.
Frida Kahlo, Autoritratto
con collana di spine e colibrì, 1940.
Olio su tela, 61,25 × 47 cm.
Harry Ransom Center,
University of Texas, Austin (USA).
Il rapporto con Diego Rivera — muralista monumentale, uomo dalle passioni debordanti — fu un altro asse portante della sua vita. Si sposarono, divorziarono, si risposarono. Kahlo descrisse la relazione con una lucidità spietata: il secondo incidente della sua vita, dopo quello dell'autobus. Eppure nei dipinti Rivera compare di rado. È Frida la protagonista assoluta del proprio universo pittorico, circondata da scimmie, pappagalli, cervi feriti, radici e nastri di sangue che sbocciano in fiori. Un immaginario in cui il surrealismo europeo si fonde con la cosmogonia precolombiana e l'arte popular messicana, dando vita a un linguaggio visivo che non somiglia a nessun altro.
André Breton volle annettere Kahlo al movimento surrealista. Lei rifiutò con una frase divenuta leggendaria: non dipingeva sogni, dipingeva la propria realtà. Ed è forse questa la lezione più duratura del suo lavoro: che il reale, quando è vissuto fino in fondo, è già di per sé visionario.
Oggi il nome Kahlo si incontra ovunque — su magliette, tazze, poster, tatuaggi. Il rischio della banalizzazione è concreto. Ma basta tornare davanti a uno dei suoi quadri — davanti a quegli occhi scuri che non chiedono compassione — per ricordare che dietro l'icona c'è una donna che ha trasformato il proprio dolore in un linguaggio universale, senza mai smettere di guardare in faccia la realtà.
Frida Kahlo morì a Città del Messico nel 1954.
Kahl: nudo, spoglio. È la parola giusta. Frida Kahlo ha dipinto a pelle scoperta.
Frida Kahlo, L'autobus, 1929.
Olio su tela, 26 × 55,5 cm.
Museo Dolores Olmedo, Città del Messico.
Su una panca di legno siedono fianco a fianco una massaia, un operaio, una madre indigena che allatta, un bambino, un uomo d'affari e una ragazza che potrebbe essere Frida stessa: uno spaccato delle classi sociali messicane, dipinto in stile naïf, che molti leggono come la quiete prima della catastrofe. Il rimando è al 17 settembre 1925, quando l'autobus su cui viaggiava la diciottenne Frida fu travolto da un tram. Frida fu trafitta da un corrimano di metallo e riportò fratture multiple alla colonna vertebrale, al bacino e alla gamba destra. Fu durante la lunga convalescenza a letto — con uno specchio sul baldacchino e un cavalletto sulle ginocchia — che cominciò a dipingere.
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