ARIO


Poche figure nella storia della cristianità hanno avuto il singolare privilegio di dare il proprio nome a un'eresia destinata a turbare la Chiesa per secoli. Ario — in greco Ἄρειος /Áreios/ — nacque intorno al 250 in Libia, probabilmente di stirpe berbera; il padre si chiamava Ammonio, e di lui non sappiamo altro. Della sua giovinezza ci restano pochi indizi: studiò ad Antiochia sotto Luciano, teologo celebre e futuro martire, dal quale avrebbe assorbito — secondo i detrattori — il germe delle sue idee eterodosse. Ma è un'accusa che ha il sapore della polemica retrospettiva: lo stesso Luciano non risulta aver mai sostenuto le tesi che verranno poi attribuite al discepolo.

Trasferitosi ad Alessandria, Ario entrò nel clero locale seguendo un percorso tutt'altro che lineare. Partecipò allo scisma di Melezio contro il vescovo Pietro, poi si riconciliò, fu ordinato diacono e infine presbitero nel 313, ottenendo la cura della parrocchia di Baucalis, sul lungomare alessandrino. Alto, magro, dai modi raffinati, dotato di una voce suadente e di un'aura di austera ascesi, Ario esercitava un fascino considerevole: le donne lo ammiravano, gli uomini ne rispettavano la gravità intellettuale. Non era un agitatore volgare, ma un teologo che si considerava custode dell'ortodossia tradizionale — non suo sovvertitore.


Ario (a destra) schiaffeggiato da San Nicola
di Mira durante il Concilio di Nicea (325 d.C.).
Dettaglio dell'affresco del Primo Concilio
Ecumenico, opera di Dionisij e bottega (1502),
Cattedrale della Natività della Vergine,
Vologda, Russia (sito UNESCO).

La crisi scoppiò intorno al 318, quando il vescovo Alessandro di Alessandria tenne un discorso sull'unità della Trinità. Ario vi intravide il fantasma del sabellianesimo — l'eresia che confondeva le Persone divine — e reagì con un sillogismo tagliente: se il Padre ha generato il Figlio, il generato ha avuto un inizio; dunque vi fu un tempo in cui il Figlio non esisteva. La formula, nella sua limpida brutalità logica, colpì come un fulmine. Il Figlio, per Ario, era creatura: la prima e la più sublime, ma pur sempre creatura, tratta dal nulla per volontà del Padre.

Alessandro tentò il dialogo, poi convocò un sinodo di circa cento vescovi egiziani che condannò Ario e lo scomunicò. L'esiliato trovò rifugio in Palestina e, soprattutto, l'appoggio potente di Eusebio di Nicomedia, vescovo ben introdotto a corte e imparentato con la famiglia imperiale. Ario non restò inoperoso: compose la Thalía, opera in prosa e versi destinata a divulgare le sue dottrine, e persino canzoni popolari per operai e viaggiatori — un caso precoce, si direbbe, di propaganda teologica di massa.

La questione era ormai troppo vasta per un sinodo locale. Costantino, che aveva legalizzato il cristianesimo da appena un decennio e non intendeva vederlo lacerato da dispute intestine, convocò nel maggio del 325 il Concilio di Nicea. Lì, davanti a oltre trecento vescovi, l'arianesimo fu condannato e si adottò il termine ὁμοούσιος /homooúsios/ — "della stessa sostanza" — per definire il rapporto tra Padre e Figlio. Ario rifiutò di firmare e fu bandito; i suoi scritti furono dati alle fiamme per ordine imperiale.

Ma le condanne non bastarono a seppellire né l'uomo né le sue idee. Grazie a Eusebio e alla sorella di Costantino, Costanzia, Ario fu richiamato dall'esilio e, intorno al 335, riuscì a presentare all'imperatore una professione di fede giudicata accettabile. Il patriarca Alessandro di Costantinopoli ricevette l'ordine di riammetterlo alla comunione. Secondo la tradizione, Alessandro pregò che Dio impedisse quel sacrilegio — preghiera quantomeno singolare.

La risposta divina, a dar retta allo storico Socrate Scolastico, fu teatrale quanto implacabile. Il sabato precedente la prevista riammissione, Ario attraversava trionfalmente il Foro di Costantino, scortato dai suoi partigiani, quando fu colto da un malore improvviso e violentissimo. Si rifugiò in una latrina pubblica nei pressi del Foro, dove morì in circostanze che gli storici ecclesiastici descrissero con macabro compiacimento. Ancora ai tempi di Socrate, nel V secolo, i passanti indicavano quel luogo col dito: memento sgradevole ma efficace della sorte riservata all'eresiarca.

Ario morì nel 336, ma l'arianesimo gli sopravvisse per secoli, diffondendosi tra i popoli germanici — Goti, Vandali, Longobardi — fino al VII secolo. Paradossalmente, l'uomo che la Chiesa ricorda come il primo grande eretico non si considerava affatto tale: pensava semplicemente di ragionare con più rigore dei suoi avversari. Il giudizio della storia, però, è stato meno indulgente della logica.

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