DI'
Voce del verbo dire, modo imperativo, tempo presente, seconda persona singolare: "Di' la verità!", "Di' quello che pensi!".
La grafia corretta è con l'apostrofo, poiché si tratta di un troncamento — ma non, come molti credono, del presunto imperativo dici, voce verbale che in italiano non esiste. La forma di' deriva direttamente dal latino dic, che perde soltanto la consonante finale. Il fatto che dici sia usato come imperativo in alcuni dialetti meridioali, — soprattutto in siciliano e napoletano — ha alimentato l'equivoco che di' ne sia l'apocope. In realtà è il contrario: è la percezione di di' come forma "accorciata" che ha indotto molti a ricostruire un inesistente dici come forma piena. A ciò si aggiunga l'analogia con gli imperativi di altri verbi — come, p.es. leggi, prendi, senti — che coincidono con la seconda persona dell'indicativo, rendendo dici una forma che appare "logica", sebbene erronea.
Detto questo, è diffusa anche la grafia accentata dì, e va detto che autorevoli dizionari e grammatiche la accettano come variante legittima. Non si tratta dunque di un errore, bensì di una convenzione alternativa che ha acquisito piena cittadinanza nell'uso.
Discorso analogo può farsi per gli imperativi monosillabici di alcuni altri verbi: fa' (da fare), va' (da andare), sta' (da stare), da' (da dare). Anche per queste forme la grafia con l'apostrofo è quella etimologicamente giustificata, trattandosi di troncamenti delle forme piene fai, vai, stai, dai. Si noti, fra l'altro, che queste forme piene possono correttamente usarsi in italiano: p.es. si può dire "vai da lui!" invece di "va' da lui!"; "fai i compiti!" invece di "fa' i compiti!" etc.
Ma la simmetria è solo apparente: mentre per fa', va', sta' e da' l'apostrofo segnala effettivamente la caduta di una sillaba finale esistente (fai → fa', vai → va', etc.), nel caso di di' l'apostrofo indica la caduta della sola consonante c del latino dic — e la forma "piena" dici, come si è visto, non ha mai fatto parte del paradigma italiano.
Insomma, di' si comporta graficamente come i suoi compagni monosillabici, ma la sua storia etimologica è diversa: un lupo travestito da agnello, si potrebbe dire — o meglio, un latinismo travestito da troncamento volgare.
Gustave Doré, Inferno, Canto XXII (1861). Ciampolo di Navarra, il barattiere (cfr. Parola della Settimana dell'8 febbraio 2026), si rituffa nella pece bollente beffando i Malebranche Alichino e Calcabrina, che si azzuffano in volo. Pochi versi prima di questa scena, Virgilio aveva interrogato Ciampolo usando due volte l'imperativo di', evidenziando il troncamento: «Or di': de li altri rii / conosci tu alcun che sia latino / sotto la pece?» (vv. 64–66) e «Chi fu colui da cui mala partita / di' che facesti per venire a proda?» (vv. 79–80).
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