ERASMO DA ROTTERDAM


Nato a Rotterdam, nei Paesi Bassi, intorno al 1466 con il nome di Geert Geertsen (o Gerrit Gerritszoon, secondo alcune fonti), scelse per sé un nome che era già, in nuce, un manifesto intellettuale. Latinizzò il proprio cognome nel toponimico Roterodamus, ma per il nome operò qualcosa di più sottile: adottò il greco Ἔρασμος /Érasmos/, “amato”, “degno d’amore”, e vi affiancò il latino Desiderius, non tanto traduzione letterale quanto raffinato equivalente semantico, legato all’idea del desiderio e dell’anelito verso ciò che si ama. Erasmus Desiderius Roterodamus.

Un nome doppio, dunque, e doppiamente eloquente: greco e latino che si specchiano l’uno nell’altro, quasi a prefigurare la vocazione di un uomo che avrebbe passato la vita a far dialogare le due anime dell’antichità classica con quella del Vangelo. Nomen omen, direbbero i Latini — e raramente con tanta precisione.


Erasmo da Rotterdam ritratto
da Hans Holbein il Giovane nel 1523.
Olio su tavola, 43 x 33 cm.
Museo del Louvre, Parigi.

Figlio illegittimo di un sacerdote olandese, si formò presso i Fratelli della Vita Comune a Deventer, dove assorbì la devotio moderna — quella spiritualità interiore e pratica che avrebbe colorato per sempre la sua visione del Vangelo. Dopo anni di studio a Parigi e soggiorni in Inghilterra, dove strinse con Thomas More un'amicizia leggendaria, si stabilì a Basilea, nel cuore pulsante della cultura tipografica europea.

La sua opera più celebre, L'Elogio della Follia (Moriae Encomium, 1511), composta in pochi giorni a casa dello stesso More, è un capolavoro di ironia strutturata: la Follia, personificata e autoproclamata,  dimostra di governare il mondo assai meglio della ragione, smascherando con eleganza implacabile l'ipocrisia dei teologi scolastici, dei monarchi, dei cortigiani e dei prelati. Il riso è lì, ma sotto vi scorre un fiume di amarezza civile.

Ancora più decisivo fu il suo lavoro filologico: nel 1516 pubblicò il Novum Instrumentum, prima edizione critica del Nuovo Testamento in greco con traduzione latina rivista, sfidando apertamente la Vulgata. «Ad fontes» — alle fonti — era il motto che riassumeva il suo metodo: non ricevere le auctoritates in eredità passiva, ma interrogarle, emendarle, restituirle alla loro forma originaria.

Con Lutero, Erasmo ebbe un rapporto tormentato e alla fine lacerante. Condivideva la critica agli abusi ecclesiastici, ma rifiutò lo scisma con orrore: il De libero arbitrio (1524) fu la sua risposta ai riformatori, difesa della libertà della volontà umana contro il determinismo luterano. Pagò questo equilibrismo con la diffidenza di entrambe le parti.

Scrisse in un latino cristallino, classico eppure vivo, capace di sfumature e di humour — lo dimostrano i Colloquia (1518), dialoghi brillanti e spregiudicati concepiti in origine come esercizi linguistici per studenti e divenuti invece lettura popolarissima in tutta Europa, e gli Adagia (prima edizione 1500, poi continuamente accresciuta), monumentale raccolta di proverbi e locuzioni greche e latine commentati con erudizione e wit inesauribili; la sua corrispondenza — migliaia di lettere in tutta Europa — è, in sé, un monumento della res publica litteraria cinquecentesca. Morì a Basilea, lontano da Roma e lontano da Wittenberg: fedele, fino in fondo, soltanto alla propria lucidità.

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