PICO DELLA MIRANDOLA
Giovanni Pico della Mirandola (1463–1494) fu uno dei più straordinari prodigi intellettuali del Rinascimento italiano. Nato a Mirandola, piccola signoria dell’Emilia, apparteneva a una famiglia nobile destinata tradizionalmente alla carriera ecclesiastica. Pico però dimostrò fin da giovanissimo una curiosità universale e una memoria prodigiosa: studiò diritto canonico a Bologna, filosofia a Ferrara e a Padova, e in breve tempo si immerse nello studio del latino, del greco, dell’ebraico e perfino dell’aramaico.
La sua ambizione non era semplicemente accumulare sapere, ma riconciliare le diverse tradizioni filosofiche e religiose dell’umanità. Pico era convinto che la verità fosse una sola e che potesse essere rintracciata, sotto forme diverse, nelle dottrine dei filosofi greci, nella teologia cristiana, nella filosofia araba e persino nella tradizione ebraica della Cabala.
Questa aspirazione culminò nel suo progetto più celebre. Nel 1486, a soli ventitré anni, Pico pubblicò le Novecento tesi (Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae), un vastissimo insieme di proposizioni che intendeva discutere pubblicamente a Roma davanti ai dotti di tutta Europa. L’evento avrebbe dovuto essere una sorta di grande disputa universale sul sapere umano.
Per presentare l'iniziativa, Pico compose il testo che sarebbe diventato il suo scritto più famoso: l'Oratio de hominis dignitate, spesso considerata il manifesto dell'umanesimo rinascimentale. L'orazione, concepita come discorso introduttivo alla disputa, non fu mai pronunciata pubblicamente e venne pubblicata solo postuma, ma la sua fama crebbe enormemente nei secoli successivi.
Il progetto romano però non andò come previsto. Alcune delle tesi furono giudicate sospette di eresia da una commissione pontificia. La disputa venne annullata e Pico dovette difendere le proprie posizioni davanti alle autorità ecclesiastiche. Dopo varie vicissitudini e anche un periodo di arresto, trovò protezione a Firenze presso Lorenzo de’ Medici, entrando in contatto con il circolo degli umanisti fiorentini, tra cui Marsilio Ficino.
Giovanni Pico della Mirandola.
Ritratto attribuito a Cristofano dell’Altissimo
(XVI secolo), olio su tavola, 59 × 44 cm.
Galleria degli Uffizi, Firenze.
La vita di Pico fu breve — morì nel 1494, a soli trentun anni — ma la sua influenza fu enorme. La sua visione di una filosofia universale, capace di mettere in dialogo tradizioni diverse, rimane uno dei simboli più affascinanti dell’ottimismo intellettuale del Rinascimento.
Oggi il nome di Pico della Mirandola evoca soprattutto l’idea della dignità e della libertà dell’essere umano, capace di trasformarsi attraverso lo studio e la conoscenza. Un’idea che, più di cinque secoli dopo, conserva ancora una sorprendente modernità.
Pico è noto a tutti soprattutto per la sua prodigiosa memoria, divenuta proverbiale. Ma sebbene nel Rinascimento fossero molto diffuse le arti della memoria, o mnemotecniche, che permettevano di organizzare e richiamare grandi quantità di informazioni mediante immagini mentali e strutture simboliche, Pico non lasciò alcun trattato su queste tecniche. Saranno pensatori di poco posteriori, come Giordano Bruno, a trasformare l’arte della memoria in complessi sistemi filosofici fatti di simboli, combinazioni, ruote mnemoniche e ardite speculazioni cosmologiche.
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