IMPALMARE


Ci sono, nella lingua italiana, alcuni verbi che portano dentro di sé le radice di un gesto. Non una metafora consumata dall'uso, non un'immagine sbiadita, ma il gesto nella sua fisicità originaria — le mani, il contatto, il peso corporeo di una promessa. Impalmare appartiene a questa categoria, e val la pena fermarcisi sopra.

La storia comincia, com'è giusto, dalla mano. Palma — il latino palma, a sua volta forse imparentato con il greco παλάμη /palámē/ — designava originariamente la superficie interna della mano aperta, quella con cui si tocca e si riceve. Dal sostantivo nasce il verbo, con il prefisso in- (eufonico im- davanti alla p di palma) ad indicare il contatto: impalmare è dunque, nel suo senso primigenio, congiungere palma contro palma. Non stringere la mano nel modo sbrigativo in cui lo facciamo oggi, ma appoggiarla pienamente alla mano dell'altro, lasciare che le due superfici si tocchino interamente. È un gesto lento, deliberato, carico di solennità.

Le prime attestazioni del verbo risalgono al Trecento. Franco Sacchetti, nelle sue novelle, lo usa in forma riflessiva reciproca per descrivere un patto solenne stretto a tavola tra commensali («tutti s'accordorono, e alla mensa s'impalmorono, e giurorono insieme»): un momento in cui la parola da sola non basta e i corpi devono farsi garanti. Il contesto è quello di una civiltà giuridica in cui il giuramento fisico — la mano sul Vangelo, la mano nella mano — aveva ancora tutto il suo valore probatorio e rituale. Impalmare era, in fondo, un atto quasi notarile.

Da questo uso generale nasce, per specializzazione, il significato matrimoniale che è oggi il più noto — o meglio, quello che la maggior parte dei lettori riconosce, anche se raramente lo adopera. Lo sposo che tocca la mano della sposa in segno di promessa impalmava: compiva cioè quel gesto antichissimo, comune a molte tradizioni giuridiche europee, per cui il contratto matrimoniale si suggellava con il contatto delle mani davanti a testimoni. Nell'uso moderno il verbo è scivolato nel registro affettato o scherzoso — «ha finalmente impalmato la sua bella» — ma conserva una sfumatura di iniziativa, di chi prende la mano, che sposare o maritare non hanno. C'è in impalmare un senso di moto verso l'altro, di atto volitivo che parte da uno e raggiunge un altro.

Il manifesto pubblicitario di Racconti d'estate (regia di Gianni Franciolini, 1958) — con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Michèle Morgan.

Fin qui la storia è quella che ci si aspetta. Ma il verbo ha anche una terza vita, tecnica e sorprendentemente fedele all'immagine originaria. In marina e nella lavorazione delle funi, impalmare significa legare l'estremità di un cavo per impedire che i filamenti si sfilaccino, oppure congiungere due cavi metallici intrecciandone reciprocamente i trefoli. Il sostantivo derivato, impalmatura, indica questa giuntura: un punto in cui due cavi distinti diventano uno solo, senza morsetti né nodi visibili, in modo talmente omogeneo che la fune, a operazione riuscita, risulta perfettamente continua e mantiene inalterato il suo carico di rottura. Un marinaio che impalmava un cavo stava, in qualche modo, facendo la stessa cosa che faceva lo sposo che prendeva la mano della sposa: unire due cose separate in modo che non si sciogliessero più.

È raro che un verbo conservi tanto coerenza attraverso ambiti così distanti. Eppure l'immagine regge: la palma della mano come superficie di contatto, di unione, di promessa tenuta. Varrebbe forse la pena di rispolverare impalmare — con tutta la sua fisicità trecentesca — e restituirgli qualche occasione d'uso, almeno quando si vuole dire che due cose, o due persone, sono state legate in modo da non separarsi più.

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