MICERINO


A Giza, in Egitto, tre piramidi si guardano in ordine decrescente, come fratelli disposti per età. La più piccola — sessantacinque metri contro i centotrentotto della maggiore — è quella di Micerino, Menkaura nella lingua dei geroglifici: "stabili sono le anime di Ra". Faraone della IV dinastia, regnò nel terzo millennio avanti Cristo, ultimo dei grandi costruttori dell'altopiano, e la storia lo ha trattato con un riguardo che i suoi predecessori non conobbero mai.

Vale la pena soffermarsi un momento sul nome stesso, perché il suo percorso fino a noi è un piccolo viaggio linguistico. "Menkaura" — o più precisamente Men-kau-Ra, "stabili sono i ka di Ra", dove ka indica la forza vitale, l'energia spirituale di un essere — passò attraverso il greco di Erodoto, che lo trascrisse come Μυκερῖνος /Mykerînos/. Da lì, attraverso il latino e poi l'italiano, divenne Micerino: una di quelle metamorfosi sonore che capitano spesso ai nomi egizi, filtrati per noi attraverso secoli di mediazione ellenica prima ancora che la decifrazione di Champollion permettesse di tornare, nell'Ottocento, ai geroglifici originali.

Triade di Micerino in scisto verde, fra la dea Hathor e la personificazione di un nome dell'Egitto. Museo Egizio del Cairo.

Erodoto, visitando l'Egitto duemila anni dopo Micerino, raccolse una leggenda rivelatrice: mentre Cheope e Chefren venivano ricordati come tiranni che avevano piegato il popolo alla costruzione delle loro tombe smisurate, Micerino appariva nella memoria popolare come il sovrano giusto, colui che riaprì i templi chiusi dal padre, che restituì dignità ai sudditi. Forse è solo mito, costruito a posteriori per dare un senso morale alla geometria decrescente delle tre piramidi. Ma i miti, in fondo, dicono sempre qualcosa di vero sul bisogno umano di credere che la grandezza e la bontà possano, talvolta, coincidere.

La sua piramide fu probabilmente lasciata incompiuta nel rivestimento di granito rosso di Assuan — si vedono ancora oggi i blocchi non rifiniti alla base, testimonianza di un cantiere interrotto dalla morte improvvisa del faraone. C'è una malinconica sproporzione tra l'ambizione di un simile progetto e il tempo che la vita concede per realizzarlo.

Le tre piramidi di Giza: Micerino, Chefren e Cheope, disposte secondo la celebre geometria decrescente. Cheope è la più alta nonostante l'illusione ottica creata dal basamento di Chefren.

Ma è nelle statue che Micerino raggiunge una grandezza che nessuna piramide potrebbe contenere. Le triadi scolpite nello scisto verde, oggi divise tra il Museo Egizio del Cairo e il Museum of Fine Arts di Boston, lo ritraggono fra la dea Hathor e le personificazioni dei nomi, le province dell'Egitto. Il suo corpo è reso con un naturalismo che sorprende ancora: muscoli definiti senza enfasi, un torso che respira sotto la pietra dura, un volto giovane e composto, privo della rigidità ieratica che ci aspetteremmo da un dio vivente.

Ancora più intensa è la celebre statua che lo raffigura insieme alla regina Khamerernebty II: i due sovrani stanno fianco a fianco, e lei gli cinge la vita con un braccio in un gesto di una tenerezza inattesa per l'arte egizia di quell'epoca, solitamente così formale, così distante. Quel braccio che si posa con leggerezza attraversa quattromilacinquecento anni e ci raggiunge ancora, intatto nel suo significato: due persone che si appartengono.

Micerino morì, secondo le fonti antiche, dopo un regno relativamente breve, forse consumato — narra ancora Erodoto — dall'angoscia causatagli da un oracolo che gli predisse solo sei anni di vita in più, beffardo castigo per aver interrotto le opere pie del padre. Anche questo è probabilmente leggenda. Ma rivela quanto gli antichi sentissero il bisogno di immaginare, dietro la maschera di pietra del potere, un uomo capace di dubbio, di paura, di domande sul senso della propria opera.

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