PTAH
Nel vasto pantheon dell'antico Egitto, Ptah si distingue per la sua acuta sottigliezza intellettuale. Demiurgo di Menfi, è un dio il cui culto affonda le radici nell'Antico Regno. La sua teologia, con sorprendente audacia speculativa, anticipa alcuni dei più alti concetti della filosofia greca e persino della teologia giovannea.
Il nome Ptah (Ptaḥ) deriva probabilmente da una radice che significa "colui che apre", "colui che scolpisce" o "il modellatore": un'etimologia che rispecchia perfettamente la sua natura di artigiano cosmico, il dio che forgiò l'universo con le proprie mani come uno scultore cava dalla pietra la forma che già vi dimora. Non è casuale che i Greci lo identificassero con Efesto e i Romani con Vulcano: in lui convergono l'idea del fabbro divino e quella, più elevata, del pensiero che si fa materia.
Menfi, sua città, sorgeva nel punto in cui il delta del Nilo si apre a ventaglio verso il Mediterraneo, cerniera tra Alto e Basso Egitto, ed era chiamata "la Bilancia delle due Terre". Qui, nel tempio di Hut-ka-Ptah, la "Casa dello spirito di Ptah", i sacerdoti elaborarono quella che gli egittologi chiamano Teologia menfita, tramandata sulla tarda Pietra di Shabaka: un testo che racconta come Ptah abbia concepito il mondo nel cuore, sede del pensiero secondo gli Egizi, e lo abbia poi chiamato all'esistenza pronunciandolo con le parole. "È la lingua che ripete ciò che ha pensato il cuore", recita il testo: ogni dio, ogni arte, ogni gesto delle mani e dei piedi nacque così, per comando pensato e proferito. È difficile non scorgere in questa cosmogonia intellettualistica, così diversa dalle nascite materiali di altri miti egizi (il seme di Atum, l'uovo cosmico, le rane primordiali), un'eco che attraverserà i millenni fino al prologo del Vangelo di Giovanni: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος, "In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio."
Ptah, il dio a destra nell'immagine, riconoscibile dalla veste aderente e dal caratteristico scettro composito, in un affresco della tomba di Nefertari, moglie di Ramesse II, nella Valle delle Regine (XIII secolo a.C.).
Iconograficamente Ptah si distingue per la sua sobrietà: uomo mummiforme avvolto in una veste aderente da cui sporgono solo le mani, il volto spesso calvo o coperto da una calotta, la barba rigida e diritta tipica degli dei. Nelle mani stringe uno scettro composito che riunisce tre simboli - l'ankh della vita, il djed della stabilità, il was del potere regale - concentrando in un solo oggetto l'intera grammatica del divino faraonico. Sposo della leonessa Sekhmet e padre di Nefertum, dio del fiore di loto, formava con essi la triade menfita; fu inoltre considerato padre del saggio Imhotep, e il toro Api, mummificato e venerato a Saqqara, ne era l'incarnazione terrena e l'oracolo vivente.
Il suo prestigio fu tale da lasciare traccia persino nel nome con cui conosciamo l'Egitto stesso: Αἴγυπτος /Aígyptos/ in greco deriverebbe, secondo molti studiosi, proprio da Hut-ka-Ptah, corrotto attraverso i secoli. Una divinità che battezza, nel senso più letterale, la terra che l'ha generata.
Non si può concludere questa breve nota su Ptah senza un cenno musicale, che non dispiacerà a un orecchio abituato a jazz e melodramma: nell'Aida di Verdi, ambientata proprio a Menfi, il dio compare nei coretti sacerdotali come "Fthà", vestigia sonora di un nome egizio filtrato attraverso secoli di trascrizioni greche e italiane - l'ultima, forse involontaria, eco operistica di un dio che credeva nel potere creativo della voce.
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