CAMALLI


Forma plurale del sost. m. camallo. Nel lessico portuale genovese, camallo indica il lavoratore addetto al carico, allo scarico e alla movimentazione delle merci. Per secoli il lavoro dei camalli si svolse soprattutto con la forza delle braccia e delle spalle, trasportando sacchi, balle, casse e altri colli tra le stive, le banchine e i magazzini, con l’ausilio di funi, carriole, paranchi e argani. Da voce propriamente genovese, camallo è poi entrato anche nell’italiano regionale e comune, conservando un legame pressoché immediato con il porto di Genova e con la sua cultura popolare.

L’etimologia appartiene alla vasta eredità linguistica lasciata dagli scambi mediterranei. Il genovese camallo — anche camalo in italiano — deriva dall’arabo حمّال /ḥammāl/, “portatore, facchino”, nome di mestiere formato sul verbo حَمَلَ /ḥamala/, “portare, trasportare”. La consonante doppia era già presente nella parola araba. Il termine dovette giungere a Genova attraverso i secolari rapporti commerciali con il Levante e con il mondo arabo-islamico, insieme con numerose altre parole legate alla navigazione, alle merci e alle attività portuali.

La storia dei camalli non coincide tuttavia con quella di un’unica organizzazione. La più antica e celebre corporazione di facchini del porto fu la Compagnia dei Caravana, i cui statuti risalgono all’11 giugno 1340 e alla quale era riservato il facchinaggio delle merci soggette a dogana. I Caravana costituivano quindi una categoria particolare nell’insieme più vasto dei lavoratori portuali. Dal tardo Quattrocento l’ammissione alla Compagnia fu riservata ai nativi di Bergamo e delle valli Brembana e Brembilla; in seguito divenne necessario possedere la cittadinanza bergamasca. Il privilegio tendeva così a trasmettersi all’interno delle stesse famiglie, tanto che le donne prossime al parto tornavano talvolta nei paesi d’origine affinché i figli conservassero il requisito necessario per accedere alla corporazione.

Camalli scaricano un piroscafo ormeggiato in banchina, in una cartolina dei primi del Novecento: la nave, simbolo dei traffici della Superba, e gli uomini che ne muovevano il carico a forza di braccia.

La Compagnia dei Caravana possedeva statuti, gerarchie e norme disciplinari e svolgeva anche funzioni di assistenza: soccorreva i soci malati e provvedeva alla sepoltura di quelli morti in povertà. Non rappresentava quindi soltanto un’organizzazione del lavoro, ma anche una forma precoce di solidarietà e mutuo soccorso. Soppressa nell’Ottocento insieme con le altre corporazioni di mestiere, lasciò un’eredità che sarebbe sopravvissuta nelle leghe, nelle cooperative e nelle organizzazioni sindacali sorte successivamente nel porto.

L’attuale Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie, o CULMV, non risale direttamente al 1340: nacque nel 1946 dalla fusione di sette compagnie portuali, durante la ricostruzione seguita alla seconda guerra mondiale. Essa raccolse però una tradizione organizzativa molto più antica, fondata sulla gestione collettiva del lavoro, sulla solidarietà tra i soci e sulla difesa dell’accesso regolamentato alle attività portuali. La sua storia si intreccia con le lotte sindacali, con l’antifascismo e con le vicende politiche e sociali della Genova operaia del Novecento.

Quello del camallo era un lavoro durissimo e pericoloso. Le merci, spesso stipate senza ordine nelle stive, dovevano essere sollevate, trasportate e accatastate quasi interamente a mano. Alla forza fisica si accompagnavano però esperienza, coordinamento e conoscenza dei carichi: ridurre il camallo a un semplice manovale significherebbe trascurare la professionalità necessaria per movimentare merci diversissime senza danneggiarle né mettere in pericolo uomini e navi.

La meccanizzazione e, soprattutto, la containerizzazione della seconda metà del Novecento hanno progressivamente eliminato gran parte del trasporto manuale. Non hanno però fatto scomparire i camalli: ne hanno trasformato radicalmente le mansioni. Il moderno lavoratore portuale manovra gru, sollevatori e mezzi specializzati e opera all’interno di un sistema logistico assai più complesso di quello antico.

La parola sopravvive inoltre nel parlato genovese e nell’italiano, talvolta anche in senso scherzoso o figurato per indicare chi trasporta pesi o viene adibito ai lavori più faticosi. Nell’immaginario nazionale il mondo marittimo e popolare evocato dalle canzoni genovesi di Fabrizio De André — in particolare dall’album Crêuza de mä — ha certamente contribuito a rendere familiare l’ambiente umano al quale il camallo appartiene, benché il termine non compaia nei testi di Crêuza de mä né di  çimma.

Camallo resta così una delle parole più caratteristiche di Genova: in poche sillabe racchiude la storia dei traffici mediterranei, della fatica sulle banchine, dell’organizzazione collettiva del lavoro e della trasformazione tecnologica del porto.

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