PROSERPINA
Il nome greco Περσεφόνη /Persephónē/ ha un’origine incerta, come dimostrano anche le numerose forme attestate nell’antichità. Già i Greci, quando il suo significato originario era probabilmente divenuto oscuro, lo reinterpretarono avvicinandolo a espressioni come φέρειν φόνον /phérein phónon/ (“portare o procurare la morte”): un’associazione adatta alla regina degli Inferi, ma verosimilmente dovuta a etimologia popolare. Una suggestiva ipotesi moderna riconduce invece il nome a un’antica espressione indoeuropea che significherebbe “colei che batte i covoni”, ossia “la trebbiatrice”, collegandolo alla sfera agricola di Demetra; altri studiosi ne sospettano un’origine pregreca. Una spiegazione definitiva, insomma, continua a sfuggirci.
La forma latina Proserpina, probabilmente derivata attraverso la trasformazione o la metatesi di una variante greca, fu a sua volta accostata al verbo proserpere, “avanzare strisciando, spuntare”, composto di pro- ("in avanti") e serpere ("strisciare", la stessa radice di "serpente"). Questa reinterpretazione si accordava perfettamente con il significato agricolo attribuito alla dea: il seme scompare sotto terra, resta nascosto nel buio e infine torna a germogliare, aprendosi la strada verso la luce.
Secondo la tradizione siciliana, Proserpina viveva spensierata tra i prati fioriti nei pressi di Enna, luogo particolarmente caro al culto di Demetra e Persefone. Fu lì, mentre raccoglieva fiori presso il lago Pergusa, che il suo destino mutò per sempre. L’Inno omerico a Demetra, nella più antica versione estesa del racconto, pone invece il rapimento nella misteriosa pianura di Nisa e attribuisce un ruolo fatale al narciso, il fiore meraviglioso che attirò la fanciulla lontano dalle compagne.
Nella versione narrata da Ovidio, Venere, decisa a estendere anche al regno dei morti il potere dell’amore, ordinò a Cupido di colpire Plutone con una delle sue frecce. Il dio vide Proserpina e se ne invaghì. Non chiese, non corteggiò: la rapì. Mentre la fanciulla coglieva fiori, la terra si aprì e Plutone, emerso sul suo carro tirato da cavalli neri, la trascinò con sé nel regno delle tenebre, facendone la propria sposa e regina. Nell’Inno omerico, invece, Ade agisce con il consenso segreto di Zeus, all’insaputa di Demetra: il rapimento assume così anche la forma di un matrimonio imposto dall’autorità paterna.
Gian Lorenzo Bernini, Il Ratto di Proserpina (1621–1622), marmo. Galleria Borghese, Sala degli Imperatori, Roma. Nel gruppo scultoreo Bernini rappresenta il momento in cui Plutone trascina Proserpina nel regno degli Inferi. La torsione delle figure, le dita del dio che premono nella carne della giovane, le lacrime sul suo volto e la presenza di Cerbero ai piedi di Plutone conferiscono alla scena una forte tensione drammatica e rivelano la straordinaria capacità dello scultore di tradurre nel marmo il movimento e la consistenza dei corpi.
Il “ratto di Proserpina” — soggetto caro nei secoli a poeti, pittori e scultori, da Ovidio a Bernini e Rubens — divenne l’emblema della violenza del destino che strappa l’innocenza al mondo della luce. Ma il mito conserva anche la memoria di un antico passaggio nuziale: la fanciulla, separata dalla madre, diviene sposa e sovrana di un altro regno.
Cerere, disperata, vagò per la terra in cerca della figlia. Quando apprese che cosa era accaduto, si ritirò dagli dèi e impedì alla terra di produrre: i campi inaridirono, i raccolti perirono e l’umanità fu minacciata da una carestia senza fine. Con la scomparsa dei mortali sarebbero cessati anche i sacrifici offerti agli dèi; Giove fu quindi costretto a intervenire e ordinò che Proserpina fosse ricondotta alla madre.
Ma prima di lasciarla partire, Plutone le fece mangiare alcuni chicchi di melagrana. Avendo assaggiato il cibo del regno dei morti, Proserpina non poteva più abbandonarlo per sempre. Fu stabilito allora che avrebbe trascorso una parte dell’anno negli Inferi accanto allo sposo e il resto sulla terra con Cerere. Le fonti non concordano sulla durata: nell’Inno omerico Proserpina rimane sottoterra per un terzo dell’anno e con la madre per gli altri due; nella versione di Ovidio, invece, i due periodi sono di sei mesi ciascuno.
Il mito fu così interpretato come spiegazione del ciclo agricolo e dell’alternarsi delle stagioni. Quando Proserpina discende nel regno sotterraneo, Cerere piange e la terra diviene sterile; quando la figlia ritorna, la madre restituisce ai campi la loro fecondità. La discesa fu quindi associata al riposo e alla morte apparente della vegetazione, il ritorno al rifiorire della natura: un ciclo incessante di perdita e restituzione, morte e rinascita.
Proserpina, dunque, non è soltanto la vittima di un rapimento. È una figura duplice e liminale: fanciulla e regina, figlia e sposa, divinità della vita che germoglia e sovrana dei morti. Appartiene contemporaneamente alla luce e alle tenebre e incarna il passaggio tra due mondi. Nel suo ritorno periodico sulla terra gli antichi riconobbero una verità profonda della natura e dell’esistenza umana: ogni inverno, anche il più desolato, custodisce nel proprio buio la promessa di una nuova primavera.
Commenti
Posta un commento