PRONAO
Il termine prònao — con accento sulla prima sillaba, come vuole la tradizione prosodica italiana che conserva il timbro greco — deriva dal greco πρόναος /prónaos/, composto di προ- /pro-/ («avanti») e ναός /naós/ («tempio»), donde il latino pronāus. L'analisi è limpida e precisa come la geometria dei colonnati cui il termine si riferisce: il pronao è, letteralmente, ciò che sta davanti al tempio. Ma la semplicità etimologica è, come spesso accade, ingannevole: essa nasconde profondità considerevoli.
Vale la pena indugiare sul secondo elemento del composto. Il greco ναός deriva dal verbo ναίω /naío/, «abitare», e denota letteralmente la casa del dio — non un luogo di assemblea, non uno spazio di cerimonia pubblica, ma la dimora privata della divinità, il suo recesso intimo. Il naós era, nell'architettura classica, l'«abitazione» del dio, la parte più interna del tempio greco dove era posta la statua della divinità. Il pronao, allora, non è semplicemente un portico: è la stanza antistante la stanza del dio, l'anticamera del sacro.
Il pronao del Pantheon di Roma (125 d.C. ca.), con le otto colonne monolitiche in granito grigio d'Egitto e l'iscrizione che ricorda Marco Agrippa, il committente della struttura originaria.
La sillabazione italiana — prò-na-o, tre sillabe, con iato finale — conserva qualcosa dell'apertura vocalica greca, quasi un respiro che si allarga prima di varcare la soglia. La parola suona come il gesto architettonico che descrive.
Nei templi antichi il pronao è lo spazio compreso tra la cella del tempio e le colonne antistanti; nei templi greci ha in genere profondità uguale o poco maggiore all'ampiezza di un intercolumnio, in quelli romani è assai vasto e talvolta quadrato. La differenza non è meramente dimensionale: rispecchia due concezioni diverse del rapporto tra l'uomo, il rito e la divinità.
Nel tempio greco, al naós poteva accedere solo il sacerdote, mentre i sacrifici si svolgevano all'esterno intorno a un altare: il pronao era dunque una zona di passaggio strettamente funzionale, un diaframma sottile tra l'aperto e il chiuso, tra il témenos e la cella. Nel mondo romano, invece, il pronao si dilata, diventa scenografia del potere, preludio monumentale alla maestà divina — o imperiale, che spesso coincideva con la prima. Il Pantheon è un esempio iconico: presenta un pronao con otto colonne monolitiche alte oltre 14 metri, che introduce a una cella circolare con cupola emisferica.
La funzione rituale era però condivisa. Il pronao non era un semplice ingresso: nella cultura greca il passaggio tra luoghi aveva valore rituale, e la sua presenza serviva a predisporre il visitatore a un cambio di atteggiamento, da osservatore a devoto. Era, in altri termini, uno spazio liminale — per usare il termine che l'antropologia moderna avrebbe coniato millenni dopo — un luogo di transizione tra stati dell'essere.
Pochissimi elementi dell'architettura antica hanno conosciuto una longevità comparabile a quella del pronao. Sopravvissuto alla caduta dei templi pagani, il modello del portico colonnato con frontone triangolare fu assimilato dall'architettura cristiana, poi riscoperto con rinnovato entusiasmo dal Rinascimento e consacrato definitivamente dal Neoclassicismo.
Il pronao del Tempio della Concordia ad Agrigento (V secolo a.C.), uno dei pronai greci meglio conservati al mondo: in secondo piano, attraverso le colonne doriche, si intravede l'ingresso alla cella.
A Torino, la chiesa della Gran Madre di Dio (1814–1831), edificio a pianta circolare, fu innalzata da Ferdinando Bonsignore con pronao sul modello del Pantheon di Roma, a margine della coeva piazza Vittorio Veneto. A Trieste, nel concorso per la Borsa Mercantile, fu preferito un progetto che disegnava un edificio schermato da un pronao tetrastilo. Esempi simili si moltiplicano in tutta Europa: il pronao diventa, nell'Ottocento, il marchio visibile dell'istituzione solenne — il museo, il tribunale, il teatro, il parlamento — come se ogni potere temporale aspirasse a rivestirsi dell'aura sacrale che quella forma trasmette.
Le facciate di musei, teatri e palazzi di giustizia si ispirano ancora oggi al pronao classico: le colonne, il frontone e lo spazio aperto di ingresso evocano il senso di maestà e ordine, consolidando il legame con la tradizione greca.
Nel lessico architettonico italiano, il pronao convive con una famiglia di termini che condividono il medesimo campo semantico della soglia colonnata: vestibolo, portico, atrio, nartece. Ciascuno però porta con sé sfumature proprie. Il vestibolo (dal latino vestibulum) è lo spazio d'ingresso di una casa privata o di un palazzo; il portico è il termine generico per qualsiasi struttura coperta su colonne; il nartece appartiene specificamente all'architettura paleocristiana e bizantina, indicando il portico d'ingresso della chiesa riservato ai catecumeni e ai penitenti. Il pronao, invece, mantiene sempre la sua valenza sacrale originaria — o quanto meno quasi-sacrale, nei suoi usi estesi — e implica quasi sempre la presenza del frontone triangolare che lo corona, replicando la forma del tetto a due spioventi.
Per estensione, la Treccani registra l'uso del termine per indicare la parte anteriore di un edificio sacro o profano, anche moderno, che abbia forma simile. L'estensione semantica è significativa: testimonia come la parola abbia travalicato i confini della terminologia tecnica per diventare una categoria estetica, quasi una promessa di solennità insita nella forma stessa.
In fondo, ciò che rende pronao una parola affascinante non è soltanto la sua precisione tecnica o la sua nobiltà etimologica. È il fatto che nomina qualcosa di profondamente umano: il bisogno di prepararsi, di rallentare il passo prima di varcare una soglia importante. Ogni cultura ha inventato i suoi pronai — fisici o metaforici — perché l'accesso al sacro, al solenne, al potere non può essere brusco. Deve essere graduato, scandito, accompagnato da colonne che inquadrano il cielo e da un frontone che indica, con la sua geometria triangolare, la direzione verso l'alto.
Si può dire che il pronao è l'architettura del «quasi»: quasi dentro, quasi fuori. E forse è proprio per questo che, di tutti gli spazi che una civiltà può costruire, è quello che forse più somiglia alla condizione umana.
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