CENOBITA
I primi monaci furono eremiti, anacoreti, che cercavano il contatto con Dio attraverso la completa solitudine. Fu San Pacomio (c. 292–348), generalmente considerato il fondatore del monachesimo cenobitico, a intuire che esisteva una terza via tra il mondo e il deserto. Recatosi a Tabennesi sulla riva del Nilo, raccolse intorno a sé discepoli, che raggiunsero presto il centinaio; per loro organizzò la vita in comune, prescrisse una regola, si fece esperto maestro di vita spirituale. La sua regola monastica fu fatta conoscere all'Occidente da San Girolamo con la propria traduzione latina già nel 404.
Caravaggio, San Girolamo scrivente (1605–1606), Galleria Borghese, Roma. Fu san Girolamo a tradurre in latino la regola di san Pacomio, introducendo il cenobitismo nel mondo occidentale.
Quest'intuizione ebbe poi un'eco formidabile in Europa grazie a San Benedetto, che nel VI secolo fissò il paradigma di ciò che sarebbe stato, da allora in poi, il monastero: le comunità cenobitiche sarebbero state per secoli poli economici e culturali di prim'ordine, traghettando il sapere attraverso i secoli bui fino alla nuova primavera dell'Umanesimo e del Rinascimento.
Nel suo primo significato tecnico, cenobita indica, come detto, il monaco che si ritirava a far vita religiosa in comune con altri, in contrapposizione all'anacoreta; oggi è sinonimo letterario di monaco. In senso figurato — e qui sta il paradosso — la parola ha subìto una curiosa traslazione semantica: poiché il cenobita viveva sì in comunità, ma radicalmente separato dal mondo, nell'uso corrente è diventato emblema non della vita comunitaria bensì dell'isolamento tout court.
Si dirà cenobita, con un sorriso, di chi trascorre le serate a studiare invece di uscire, di chi diserta le cene sociali, di chi preferisce il silenzio della propria stanza al chiasso del mondo — quasi che la clausura contasse più della confraternita. Anche l'aggettivo cenobitico si presta a quest'uso ironico: «vita cenobitica» vale tanto «vita monastica regolata» quanto «vita austera e appartata», e l'avverbio cenobiticàmente corona il gioco con una punta di erudizione scherzosa.
Vi è quindi nel cenobita un paradosso sottile: egli non è il solitario per eccellenza — quello è l'eremita. Il cenobita è il monaco della comunità, eppure nell'uso figurato è diventato emblema di chi si isola. La risposta sta nel contrasto con il mondo, non con gli altri: rispetto alla vita secolare, la sua esistenza appariva — e appare ancora — radicalmente separata e austera.
Il cenobita — storico o metaforico — ci pone una domanda senza risposta facile: è possibile essere soli e insieme, appartati eppure pienamente vivi? Il monaco di Tabennesi che pregava all'alba accanto ai suoi cento fratelli avrebbe forse risposto di sì.
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