ABELARDO


Nel villaggio bretone di Pallet, non lontano da Nantes, nacque nel 1079 un uomo destinato a incarnare, meglio di chiunque altro nel suo secolo, il dramma della ragione innamorata. Pietro Abelardo — Petrus Abaelardus — era figlio di un cavaliere, ma rinunciò presto alle armi per la dialettica, quell'arte del discutere e del confutare che nel XII secolo era ancora terreno di battaglie quasi cavalleresche, combattute a colpi di sillogismi davanti a folle di scolari.

Fu proprio la sua irrequietezza intellettuale a definirlo. Studiò con Roscellino, poi con Guglielmo di Champeaux a Parigi, del quale confutò pubblicamente la dottrina degli universali, provocando polemiche tali da costringerlo a insegnare altrove — a Melun, a Corbeil — finché non tornò trionfante nella capitale, dove aprì una propria scuola sulla collina di Sainte-Geneviève. Era, per sua stessa ammissione, orgoglioso fino alla tracotanza: un maestro che amava vincere le dispute più che cercare la verità, o almeno così si rimproverò più tardi, quando la vita gli impose una lezione più dura di qualunque sillogismo.

Quella lezione ebbe un nome: Eloisa. Nipote — forse figlia — del canonico Fulberto di Notre-Dame, era una fanciulla di intelligenza fuori dal comune, capace di leggere il latino, il greco e persino l'ebraico in un'epoca in cui l'istruzione femminile era rarissimo privilegio. Abelardo, assunto come suo precettore, se ne innamorò, e l'amore — come racconta egli stesso nella celebre autobiografia Historia Calamitatum — presto travolse ogni disciplina, sua e di lei. Nacque un figlio, Astrolabio; seguì un matrimonio segreto, per non compromettere la carriera ecclesiastica di Abelardo; e infine la vendetta di Fulberto, che lo fece evirare da sicari assoldati.

Abelardo ed Eloisa in una miniatura del Roman de la Rose (Jean de Meung, ca. 1275-80) — Musée Condé, Chantilly. Il maestro e l'allieva, la ragione e la passione, uniti in un'immagine che il tempo non ha smorzato.

Da quella tragedia entrambi presero i voti. Eloisa divenne badessa del Paracleto, il monastero che Abelardo stesso aveva fondato e a lei donato; lui proseguì un'esistenza inquieta tra abbazie e concili, perseguitato dall'accusa di eresia — soprattutto da san Bernardo di Chiaravalle, che lo fece condannare a Soissons e poi a Sens. Morì nel 1142 nel priorato di Saint-Marcel, ospite di Pietro il Venerabile.

Ma fu la corrispondenza tra i due amanti, scritta negli anni della separazione forzata, a consegnarli all'immortalità: lettere di struggente intensità in cui Eloisa, pur avendo scelto la vita religiosa, non rinnega mai la passione umana che l'aveva legata al maestro. Vi si legge una delle voci femminili più libere e più moderne del Medioevo — capace di anteporre l'amore vissuto alla rispettabilità del sacramento.

Secondo la leggenda, quando la tomba di Eloisa fu aperta, ventun anni dopo la morte di Abelardo, egli tese le braccia per accoglierla. Oggi riposano insieme al cimitero parigino di Père-Lachaise, meta di innamorati che ancora lasciano fiori e biglietti su quella pietra — ultima, silenziosa disputa tra la ragione e il cuore.

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