GUIDORICCIO DA FOGLIANO


Chi visiti la Sala del Mappamondo nel Palazzo Pubblico di Siena si trova davanti a un cavaliere solitario, corazzato di rombi bianchi e neri, che avanza su un cavallo bardato attraverso un paesaggio brullo punteggiato di due castelli. È Guidoriccio da Fogliano, capitano di ventura reggiano al soldo della Repubblica senese, colto — secondo la tradizione — nell'atto di dirigersi verso l'assedio di Montemassi nel 1328.

L'affresco, attribuito a Simone Martini e datato tradizionalmente al 1330, è tra le immagini più riprodotte della pittura trecentesca italiana: la sua sagoma stagliata contro un cielo vuoto è diventata, per generazioni di manualisti, l'icona stessa del condottiero medievale. Ed è proprio questa fama a renderlo un caso esemplare di come la storia dell'arte proceda per accumulo di dubbi tanto quanto per certezze acquisite.

Simone Martini (attribuzione discussa), Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi, 1330 ca., Palazzo Pubblico, Siena.

Dagli anni Settanta del secolo scorso, infatti, un nutrito filone di studiosi — a partire da Gordon Moran ed Enzo Carli — ha messo in discussione l'attribuzione stessa dell'opera, proponendo che si tratti di un rifacimento cinquecentesco, o comunque di un intervento tardo su un impianto trecentesco più modesto. Il ritrovamento, negli anni Ottanta, di uno strato pittorico sottostante raffigurante due figure presso un castello — forse pertinente a una scena diversa, forse a un primo stato della stessa composizione — ha complicato ulteriormente il quadro anziché risolverlo. La disputa resta aperta, e gli storici dell'arte più prudenti preferiscono oggi parlare di "affresco tradizionalmente attribuito" piuttosto che sciogliere la questione in un senso o nell'altro.

Il nome Guidoriccio merita una nota a parte, e qui la filologia riserva una piccola smentita a chi cerchi a tutti i costi radici germaniche. Non si tratta infatti di un composto sul modello di Federico o Enrico (dove -rico discende dal germanico rīk-, "potente, sovrano"): i documenti reggiani attestano che il condottiero aveva un fratello, Giovanni, ugualmente soprannominato Riccio — segno che si trattava di un soprannome di famiglia, non di un elemento onomastico legato al solo Guido. Riccio, in questo caso, è voce squisitamente romanza: dal latino ericius ("riccio, istrice"), passato a indicare per estensione i capelli ricci e crespi. "Guido Riccio", dunque — attestato anche come due parole distinte nelle fonti coeve — prima di diventare, per fusione cronachistica, il monolitico Guidoriccio della tradizione senese: "Guido il Riccioluto", non "Guido il Potente".

Al di là delle dispute filologiche sull'attribuzione pittorica, resta il fatto che pochissime immagini hanno saputo condensare con altrettanta efficacia l'idea stessa del condottiero trecentesco: la solitudine geometrica della figura, il paesaggio ridotto a schema strategico, il cavaliere come funzione più che come ritratto. Che sia mano di Simone Martini o di un imitatore più tardo, Guidoriccio da Fogliano ha ormai conquistato, sul campo dell'immaginario collettivo, una vittoria che né la storia dell'arte, né la filologia potranno revocargli.

Commenti

Post popolari in questo blog

MONDRIAN

BARATTIERI

GIROLAMO [BUONAPARTE]