GIAPETO


Nella genealogia degli dèi greci, prima ancora che l'Olimpo prendesse forma, regnava una stirpe di divinità primordiali che oggi conosciamo appena, sepolte sotto gli strati successivi del mito. Tra queste vi era Giapeto, uno dei dodici Titani nati da Urano, il Cielo, e Gaia, la Terra. Esiodo lo colloca nella Teogonia accanto ai suoi fratelli Crono, Oceano, Iperione e gli altri figli della prima generazione divina, ma il suo ruolo nel racconto mitologico è più discreto: Giapeto non governa né il tempo né il mare né la luce, bensì incarna qualcosa di più sfuggente e filosofico.

La sua vera importanza, infatti, non risiede tanto nelle sue gesta quanto nella sua discendenza. Sposò l'Oceanina Climene (o, secondo altre versioni, Asia), e da questa unione nacquero quattro figli destinati a segnare profondamente l'immaginario greco: Atlante, condannato a reggere sulle spalle la volta celeste; Menezio, fulminato da Zeus per la sua tracotanza e precipitato nell'Erebo; Epimeteo, la cui imprudenza avrebbe aperto la strada ai mali del mondo attraverso Pandora; e soprattutto Prometeo, il titano che rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, pagando il furto con un supplizio eterno.

È proprio attraverso questa progenie che Giapeto assume un significato più ampio: gli antichi lo consideravano, in un certo senso, il progenitore mitico dell'umanità stessa, o quantomeno della condizione umana con le sue miserie e le sue aspirazioni.

L'Atlante Farnese: statua marmorea romana del II secolo d.C. (copia di un originale greco più antico), conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nessuna iconografia antica di Giapeto è invece giunta fino a noi: è il figlio Atlante, condannato a reggere la volta celeste, a conservarne visivamente la memoria.

Sul nome di Giapeto — in greco antico Ἰαπετός /Iapetós/ — non esiste un’etimologia generalmente accolta. Tradizionalmente lo si è accostato al verbo ἰάπτω /iápto/, «scagliare, colpire, ferire», interpretandolo variamente come «colui che è scagliato» o, con maggiore libertà, «colui che colpisce»: da quest’ultima lettura derivano le traduzioni divulgative «il trafittore» o «il lanciere», che non possono tuttavia considerarsi filologicamente sicure. Il linguista olandese Robert Beekes ha invece ritenuto il nome di origine pre-greca, osservando che il suffisso -ετος ricorre nel lessico attribuito al sostrato non indoeuropeo dell’Egeo. L’ipotesi si accorda con l’origine pre-greca da lui proposta per diversi altri teonimi, ma non basta, da sola, a dimostrare che Giapeto o l’intera generazione dei Titani appartenessero a un più antico pantheon preellenico. Può tuttavia suggerire che almeno alcuni dei loro nomi affondino le radici in strati linguistici e religiosi anteriori alla sistemazione genealogica compiuta dalla poesia esiodea.

Un diverso accostamento, fondato non sul lessico greco ma sulla comparazione fra tradizioni mitologiche, è quello fra Giapeto e il biblico Iafet, figlio di Noè. Proposto già dagli eruditi della prima età moderna e ripreso nell’Ottocento dagli studiosi di mitologia comparata, il confronto nasce anzitutto dall’evidente somiglianza dei due nomi. Il loro rapporto storico ed etimologico rimane però incerto: potrebbe trattarsi di una semplice coincidenza fonetica, ma alcuni studiosi hanno ipotizzato una vera influenza della tradizione greca su quella biblica. A rendere particolarmente suggestivo il parallelismo contribuisce la funzione genealogica delle due figure: Iafet è presentato nella Tavola delle nazioni come progenitore di numerosi popoli, mentre Giapeto, padre di Atlante, Prometeo, Epimeteo e Menezio, si trova all’origine, attraverso Prometeo e suo figlio Deucalione, dell’umanità greca sopravvissuta al diluvio. La corrispondenza è dunque degna di attenzione, ma non costituisce, da sola, la prova di un’identità originaria fra i due personaggi.

Nella Titanomachia, la guerra cosmica tra Titani e Olimpi, Giapeto si schierò naturalmente al fianco dei suoi fratelli contro Zeus. Sconfitto insieme agli altri Titani ribelli, fu precipitato nel Tartaro, l'abisso più profondo del mondo sotterraneo, dove — secondo Omero nell'Iliade — sedeva accanto a Crono, lontano dalla luce del sole e dai venti, in una prigione di bronzo e tenebra eterna. Alcune tradizioni successive, tuttavia, narrano di una sorte diversa per Atlante, condannato invece a un supplizio più visibile e simbolico: sostenere il cielo ai confini del mondo, presso le colonne che ancora oggi portano il suo nome.

Il nome di Giapeto è sopravvissuto anche altrove, in modo forse inatteso: nel 1789 l'astronomo Wilhelm Herschel lo scelse per battezzare una delle lune di Saturno, seguendo la convenzione di intitolare i satelliti del pianeta ai Titani della mitologia greca. Giapeto, la luna, si distingue per un curioso dualismo cromatico — un emisfero scuro come pece, l'altro candido come neve — quasi un'eco involontaria della duplice eredità del padre mitico: da un lato Prometeo, benefattore audace dell'umanità, dall'altro Epimeteo, artefice involontario delle sue sciagure.

Così, pur restando una figura marginale nei racconti tramandati, Giapeto continua a proiettare la sua ombra silenziosa sia sulla volta celeste dei miti antichi, sia, letteralmente, tra gli anelli di Saturno.

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