IL PORTO DELLE NEBBIE


Le Quai des brumes (1938) è uno dei film nei quali il realismo poetico francese raggiunge la sua forma più compiuta. Diretto da Marcel Carné su sceneggiatura di Jacques Prévert e tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Mac Orlan, ha per protagonista Jean Gabin nei panni di Jean, un disertore dell’esercito coloniale che approda a Le Havre in cerca di una via di fuga e, forse, di un’altra vita.

Jean arriva di notte, lungo una strada inghiottita dalla nebbia. Un cane randagio si mette a seguirlo, quasi riconoscendo in lui un altro essere senza padrone e senza casa. Al porto trova rifugio nel bistrot di Panama, luogo appartato nel quale si raccoglie una piccola umanità di solitari e sconfitti.

Qui incontra Nelly, una giovane malinconica che vive sotto la tutela di Zabel, commerciante viscido e possessivo. Tra Jean e Nelly nasce un amore improvviso e disperato: l’unico spiraglio di luce in un mondo già consegnato alle ombre. Ma Lucien, giovane malvivente arrogante che Jean ha pubblicamente umiliato, non dimentica l’offesa. Jean potrebbe imbarcarsi per il Venezuela con una nuova identità; il destino, però, ha già deciso diversamente.

Il titolo italiano rende perfettamente l’atmosfera del film: la nebbia non è soltanto scenografia, ma condizione dell’anima. Avvolge le strade, confonde i contorni, cancella le possibili vie d’uscita. Tutti i personaggi sembrano sospesi tra ciò che sono e ciò che avrebbero potuto essere.

In quel pessimismo, il pubblico degli anni successivi volle leggere il presagio della guerra ormai vicina. Alla sua uscita, nel maggio del 1938, il film riscosse un notevole successo, ma suscitò anche reazioni ostili: alcuni critici lo accusarono di essere morboso, disfattista e demoralizzante. Durante l’Occupazione fu proibito dalla censura francese. Divenne inoltre celebre l’accusa, attribuita agli ambienti di Vichy, secondo cui, se la Francia aveva perduto la guerra, la colpa era anche di film come Le Quai des brumes. Un’imputazione grottesca, e tuttavia rivelatrice della forza inquietante che gli veniva riconosciuta.

Il film, del resto, non inventava la crisi morale della Francia: si limitava a mostrarne la febbre. E ai regimi, si sa, i termometri non sono mai stati simpatici.

Manifesto originale francese di Le Quai des brumes (1938), di Marcel Carné, con Jean Gabin, Michel Simon e Michèle Morgan. Locandina d'epoca, Comptoir Français du Film Documentaire.

Gabin presta a Jean la sua umanità stanca: quella di un uomo che ha smesso di credere nelle istituzioni, ma non ancora nell’amore. Lo sguardo, l’economia dei gesti, il modo di tacere: la sua è una recitazione per sottrazione, capace di dire tutto senza spiegare nulla.

Accanto a lui, la diciottenne Michèle Morgan diventa un’icona. Il berretto inclinato, l’impermeabile lucido, gli occhi chiarissimi che emergono dall’oscurità compongono una delle immagini più memorabili del cinema francese. I costumi furono affidati a Coco Chanel, alla quale viene attribuita la fulminea intuizione che per quel personaggio bastassero un impermeabile e un berretto.

Michel Simon costruisce uno Zabel di rara inquietudine, nel quale la rispettabilità borghese copre appena il desiderio e la violenza; Pierre Brasseur fa invece di Lucien un piccolo gangster vanitoso, crudele e intimamente vigliacco.

Prévert scrive dialoghi asciutti, colloquiali e insieme poetici. La frase rimasta nella memoria collettiva è quella che Jean rivolge a Nelly, al riparo dietro le assi di una baracca:  «T’as d’beaux yeux, tu sais

In quelle poche parole è racchiuso tutto il film: la tenerezza come ultimo rifugio, espressa quasi sottovoce e al riparo dagli sguardi, perché alla piena luce del giorno quell’amore non potrebbe sopravvivere.

La fotografia di Eugen Schüfftan e le scenografie di Alexandre Trauner trasformano Le Havre in un paesaggio mentale. Il film alterna esterni girati nel porto ad ambienti ricostruiti negli studi di Joinville: strade lucide di pioggia, pareti scrostate, lampioni che fendono a stento l’oscurità. La città reale e quella immaginaria finiscono così per confondersi.

Il porto diventa un luogo di sospensione: chi vi arriva non appartiene più alla terraferma, ma non è ancora riuscito a partire. Carné e Prévert lavorano per immagini ricorrenti: il cane fedele, il pittore disperato che cede a Jean i propri abiti e la propria identità, le navi che promettono una fuga sempre rinviata. Tutto sembra indicare una possibilità di salvezza; tutto, poco dopo, la ritira.

Alla Mostra di Venezia del 1938 Marcel Carné ricevette una raccomandazione speciale per la regia. Il film ottenne inoltre il Prix Louis-Delluc e, nel 1939, fu proclamato miglior film straniero dal National Board of Review statunitense.

Per le sue atmosfere notturne, il fatalismo, la sensualità inquieta e la figura dell’uomo braccato, Le Quai des brumes è considerato anche uno dei grandi precursori del cinema noir. Ma la sua eredità non si esaurisce in una definizione di genere. Rivederlo oggi significa ritrovare l’idea che il cinema possa essere insieme popolare e poetico, concreto e simbolico; e che un intero destino possa concentrarsi in uno sguardo, in poche parole e in una notte di nebbia.

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