TINO DI CAMAINO


Tra i grandi scultori del Trecento italiano, Tino di Camaino è forse uno dei meno noti al pubblico moderno. Eppure fu tra gli artisti più richiesti del suo tempo e contribuì in modo decisivo allo sviluppo del monumento funebre gotico.

Nacque probabilmente a Siena intorno al 1280. Il nome con cui è passato alla storia significa semplicemente «Tino, figlio di Camaino»: suo padre, Camaino di Crescentino, era infatti uno scultore e architetto senese. La sua formazione rimane in parte incerta, ma fu profondamente influenzata dall’arte di Giovanni Pisano, dalla quale apprese il vigore plastico e l’intensità espressiva della scultura gotica. Se ne distaccò tuttavia abbastanza presto, preferendo figure più compatte, solenni e raccolte, nelle quali il sentimento non esplode, ma sembra trattenuto nel marmo.

La sua carriera si svolse lungo un itinerario che toccò alcuni dei maggiori centri artistici italiani. A Pisa lavorò per l’Opera del Duomo e nel 1315 ricevette l’incarico di realizzare il monumento funebre dell’imperatore Arrigo VII, morto due anni prima a Buonconvento mentre tentava di riaffermare l’autorità imperiale in Italia. Il grandioso complesso, più volte smembrato e ricomposto, rappresentò una delle commissioni più prestigiose dell’epoca.

Tino di Camaino, Monumento funebre del cardinale Riccardo Petroni, 1317-1318, marmo, Duomo di Siena.

Tornato a Siena, Tino scolpì nel Duomo il sepolcro del cardinale Riccardo Petroni: un’elaborata costruzione nella quale il defunto giace sotto un baldacchino, mentre due angeli sollevano la cortina della camera funeraria, quasi aprendola sull’eternità. A Firenze realizzò il monumento del vescovo Antonio d’Orso in Santa Maria del Fiore, raffigurandolo insolitamente seduto anziché disteso, e il sepolcro di Gastone della Torre in Santa Croce, oggi smembrato.

Nel 1323 si trasferì a Napoli, chiamato alla corte di Roberto d’Angiò. Qui trovò un ambiente ricco, cosmopolita e particolarmente incline alla celebrazione dinastica. Nelle chiese di San Lorenzo Maggiore, Santa Maria Donnaregina e Santa Chiara realizzò monumenti per la casa angioina, elaborando un linguaggio destinato a esercitare una profonda influenza sulla scultura dell’Italia meridionale.

Tino morì a Napoli nel 1336 o 1337. Molte sue opere furono in seguito smontate, disperse o alterate, contribuendo all’appannarsi della sua fama. Ma nelle Madonne, nei santi e soprattutto nei volti quieti dei suoi defunti rimane intatta la sua qualità più personale: la capacità di rendere il marmo non soltanto solenne, ma umano. La morte, nelle sue mani, perde ogni crudezza e diventa un sonno composto, in attesa dell’eternità.

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