FEACI
Il loro nome greco, Φαίακες /Phàiakes/, è di etimologia incerta. È stato accostato a φαιός /phaiós/, «grigio», «oscuro»: un richiamo che invita a immaginarli come navigatori delle brume. L’immagine è suggestiva, ma non costituisce una spiegazione dimostrata del nome. Omeriche sono invece le nebbie che avvolgono le loro navi: imbarcazioni prodigiose, senza timonieri né timoni, capaci di comprendere i pensieri degli uomini e di conoscere le città e le terre di tutti i popoli. Attraversano il mare nascoste nella nube e nella caligine, senza temere danni o naufragi.
Un tempo i Feaci vivevano a Iperea, presso i Ciclopi, vicini prepotenti che li depredavano. Fu il re Nausitoo, figlio di Poseidone, a condurli a Scheria, dove costruì case e templi, cinse di mura la città e distribuì le terre. Al tempo di Odisseo regna suo figlio Alcinoo, accanto alla saggia Arete. È proprio alla regina che Nausicaa consiglia al naufrago di rivolgersi per prima, abbracciandole le ginocchia in segno di supplica: dal suo favore dipenderà la speranza del ritorno. Il palazzo risplende di bronzo e d’oro, e il giardino reale offre frutti in ogni stagione, pere su pere, mele su mele, grappolo su grappolo: un’età dell’oro in miniatura, recintata e coltivata.
Francesco Hayez, Ulisse alla corte di Alcinoo, 1814–1815 circa. Studio preparatorio per la grande tela destinata a Capodimonte. Roma, Accademia Nazionale di San Luca. Immagine da Wikimedia Commons.
È lo stesso Alcinoo a tracciare l’autoritratto del suo popolo, con una franchezza disarmante: nel pugilato e nella lotta, ammette, non eccelliamo; ma siamo veloci nella corsa e insuperabili sul mare. E ci sono sempre cari il banchetto, la cetra, le danze, le vesti di ricambio, i bagni caldi e i letti. Ce n’era abbastanza perché la posterità li eleggesse a simbolo della mollezza. Orazio, nelle Epistole, ricorda la gioventù di Alcinoo, fin troppo occupata nella cura della pelle e ben lieta di dormire fino a mezzogiorno; ma nella frecciata coinvolge anche sé stesso e i propri contemporanei. Altrove, con altrettanta autoironia, si augura di tornare da un soggiorno al mare ben pasciuto come un Feace (Epistole, I, 2, 27–31; I, 15, 24).
Ridurre i Feaci ad amanti delle comodità sarebbe però ingeneroso. È alla corte di Alcinoo che Odisseo, commosso fino alle lacrime dal canto di Demodoco sul cavallo di legno e sulla caduta di Troia, viene invitato a svelare la propria identità. Rivela allora il nome e racconta le sue peregrinazioni: i Feaci diventano così il pubblico dell’Odissea dentro l’Odissea. Ed è una loro nave a ricondurlo a Itaca, addormentato e carico di doni, dopo vent’anni di assenza.
Quella generosità costa cara. Poseidone, già ostile a Odisseo, considera un affronto che i Feaci lo abbiano riportato in patria sano e salvo. Con l’assenso di Zeus, tramuta in pietra la nave quando sta per rientrare a Scheria, sotto gli occhi degli abitanti. Alcinoo riconosce allora l’avverarsi di un’antica profezia di suo padre: il dio avrebbe colpito una nave di ritorno da una scorta e avvolto la città con una grande montagna. Ordina di rinunciare ad accompagnare altri viaggiatori e di preparare dodici tori scelti da sacrificare a Poseidone. Omero lascia i capi dei Feaci raccolti in preghiera attorno all’altare, senza raccontare se anche la seconda minaccia si compia.
Già gli studiosi alessandrini, del resto, divergevano sulle parole pronunciate da Zeus. Nel verso 158 del tredicesimo canto, Aristofane di Bisanzio sosteneva la lettura μηδέ, «e non», al posto di μέγα δέ, «e una grande»: Zeus avrebbe dunque consentito la pietrificazione della nave, vietando però di avvolgere la città con la montagna. Aristarco preferiva invece la lettura minacciosa, conservata dalla tradizione manoscritta. Il destino di un intero popolo sospeso a una variante testuale.
Già nell’antichità Scheria fu identificata con Corcira, l’odierna Corfù. Tucidide racconta che i Corciresi traevano motivo d’orgoglio dalla fama marinara dei Feaci, considerati gli antichi abitanti dell’isola. Ancora oggi la tradizione locale riconosce nell’isolotto di Pontikonisi la nave pietrificata da Poseidone. Ma la geografia del poema resiste alle identificazioni definitive. Forse è meglio così. I Feaci restano dove Omero li ha lasciati: a metà strada fra il mito e il ritorno, ultimi custodi di un mondo che, appena compiuto il loro dovere, si chiude alle spalle dell’eroe.
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